PROGETTO SPERIMENTALE PER LA PREVENZIONE E IL TRATTAMENTO DEI DISTURBI ALIMENTARI PSICOGENI.

-PREMESSE.

La storia della nostra civiltà è costellata di generazioni di donne che si sono sentite giudicate imperfette, hanno impiegato tutti i loro sforzi per cercare di piacere, per rendersi accettabili.

La loro vita è stata finalizzata al superamento della propria incompiutezza. Con questo non si vuol dire che i problemi alimentari abbiano come causa principale pa preoccupazione per il giudizio degli altri, ma è innegabile che la società e la cultura nella quale viviamo rappresentano fattori determinanti per comprendere il diffondersi  del problema dei disturbi alimentari.

Basti pensare a quanta importanza viene attribuita oggi allo stereotipo della magrezza=bellezza per le giovani che fanno il loro primo ingresso nella società. Si calcola che circa il 25% di loro dichiara di avere problemi dietologici bulimoanoressici (C.I.D.A.P.).

Spesso la gente quando parla di salute e benessere non parla nè dell’uno nè dell’altro, ma propone come soluzione per i disturbi alimentari le “diete” improprie e così il corpo diventa metafora del disagio sociale.

Il ricorso alle diete non solo non può risolvere questi problemi, anzi la pratica dietologica tradizionale spesso diventa la causa scatenante. Il problema non è quello di mangiare o non mangiare: possiamo riempire il nostro stomaco ma non saremmo mai soddisfatti perchè il disagio interiore non può essere riempito con il cibo.

Negli ultimi anni si è andata sempre più diffondendo la concezione secondo cui gli organismi viventi sono entità autorganizzate cioè dotate di un’attività autopoietica (Maturana, Varelia, 79). Con questi presupposti un sistema definisce e costruisce un proprio ordine nel flusso degli stimoli ambientali (Bowlby, 86) subordinando, nel corso del suo sviluppo, ogni possibile trasformazione e cambiamento al mantenimento di quel sistema autoreferente. Da questo punto di vista i disturbi alimentari non sono più da considerarsi una manifestazione patologica ma una conseguenza di certi scompensi che avvengono all’interno del macro sistema (sociale), infatti “ogni qual volta un cambiamento perturba la stabilità in corso, lo squilibrio spinge il sistema verso una ristrutturazione dei processi di autoreferezialità” (Guidano,89). Così ad esempio una bulimia è tale perchè il sistema dei costrutti cognitivi che costituiscono il “modello mentale” (C. Di Berardino, M. Campanelli) del soggetto, attiva un certo tipo di risposta, attaccare il sintomo in senso dietologico equivale a rompere un equilibrio e ciò può determinare paradossalmente un aumento della patologia in atto. Pertanto l’intervento terapeutico risulterà efficacie nella misura in cui consentirà al soggetto di ristrutturare il sistema di convinzioni e gli schemi disfunzionali con cui cerca la conferma di sè stesso.

Il training che viene attualmente proposto con successo dal CIDAP per il trattamento intensivo dei Disturbi Alimentari Psicogeni ha come finalità primaria la ristrutturazione degli schemi disfunzionali del sè e solo in un secondo momento l’attenzione si focalizza sulle procedure di autocontrollo alimentare. In merito alle cause del diffondersi del problema attualmente esistono due filoni di ricerca: uno attribuisce importanza ai fattori di natura sociale e l’altro a fattori di natura personale legati più specificatamente alla storia personale e quindi al contesto familliare e affettivo. Pertanto tra le cause psicosociali scatenanti le patologie alimentari sono stati identificati alcuni fattori ricorrenti, che destano particolare attenzione:

-un legame materno caratterizzato da un attaccamento di tipo ansioso-evitante ( C. Di Berardino M. Campanelli, 97)* cioè carente di intimità emozionale;

-lo stereotipo culturale legato al falso mito della magrezza che paradossalmente crea una convinzione irrazionale del tipo: la magrezza viene identificata con la bellezza e quindi è vista come sicuro veicolo di successo;

-il ricorso a diete sbagliate spesso produce reazioni disregolative nell’alimentazione difficilmente recuperabili;

-problemi legati alla particolare crisi d’identità tipica dell’età adolescenziale dovuta all’assenza di valori e alla mancanza di modelli universalmente condivisibili a cui ispirarsi. Questo avviene per effetto dell’interferenza che, alcuni stereotipi provenienti dalla cultura consumistica, producono nell’organizzazione cognitiva personale, come: una certa esterofilia (amore per le apparenze, culto per il corpo) il perfezionismo e l’efficientismo che allontanano in modo preoccupante le nuove generazioni dai valori intimistici e autentici che garantiscono la qualità della vita.

*C. Di Berardino M. Campanelli (1997) “Oltre la dieta” Samizdat, Pescara.

 

-OBIETTIVI DELL’INTERVENTO.

Sulla base delle considerazioni fatte sulle possibili cause che possono determinare il diffondersi del fenomeno abbiamo ritenuto opportuno realizzare un intervento di ricerca, per la prevenzione rivolto alle fasce più esposte a tale patologia, che coinvolga gli operatori più direttamente impegnati nelle attività di prevenzione e terapia dei disturbi alimentari psicogeni. Il progetto riguarda i giovani delle scuole di ogni ordine e grado che presentano problemi connessi alla corretta alimentazione (obesi, bulimici e anoressici) è a carattere sperimentale e ha come finalità ultima la creazione di centri di riabilitazione per il trattamento dei D.A.P. (disturbi alimentari psicogeni). Tale servizio sarà rivolto ai giovani che necessitano di un’adeguata assistenza e di un’azione rieducativa alimentare.

Nella sua fase iniziale l’intervento prevede una ricerca finalizzata alla individuazione delle possibili cause scatenanti questa specifica patologia da un punto di vista sociale, psicologico e sanitario.

Pertanto la ricerca, in un primo momento, riguarderà soprattutto quei soggetti che presentano fattori a rischio di patologia.

Abbiamo suddiviso l’intervento nelle fasi seguenti:

– conoscere l’entità del fenomeno a livello quantitativo e qualitativo  presente nella popolazione giovanile;

– individuare precocemente i soggetti che presentano i fattori a rischio per evitare che possano svilupparsi condizioni patologiche più gravi e di difficile soluzione;

– costituzione di centri specializzati, con personale idoneo in grado di fornire assistenza adeguata ai giovani che necessitano di un trattamento riabilitativo specifico.