Nuove frontiere della terapia

Anoressia e Bulimia: l’approccio moderno guarisce in circa 45 giorni

La terapia integrata del Cidap dà risposte rassicuranti ai disturbi alimentari psicogeni che colpiscono 3 milioni di donne e uomini

Anoressia, bulimia, binge eating disorder (sindrome da alimentazione incontrollata), iperfagia e alimentazione notturna: i disturbi alimentari psicologici sono sempre più diffusi in Italia e ormai copiscono oltre 3 milioni di persone, in primis donne giovani. Solo 150mila, però si fanno curare. Eppure oggi esistono risposte rassicuranti a questi drammi, come la “Terapia intensiva integrata” del Cidap, dal professor Michele Campanelli dopo una sperimentazione iniziata 25 anni fa.

Il Cidap, Centro Italiano disturbi alimentari psicogeni, è un’associazione senza fini di lucro nata nel 1993 e formata di psichiatri, psicoterapeuti, psiconeuroendocrinologi, ginecologi, nutrizionisti e ricercatori, che hanno condiviso risorse con l’obiettivo comune di studiare, prevenire e curare queste patologie.

La sede è a Roma (www.cidap.net) e collabora con altri 20 centri nazionali, innanzi tutto per identificare lo stato epidemiologico dei Dap nell’intero Paese.

Le cifre sono preoccupanti come conferma il professor Campanelli, psichiatra, psicoterapeuta e sessuologo,  direttore del Cidap, ma anche presidente dell’università Eco-forum per la Pace dell’Onu, docente esterno della Lumsa:

“Secondo i dati più recenti, 800mila italiani sono affetti da anoressia, 1 milione  800mila da bulimia, 400mila da binge eating disorder, 250mila da iperfagia incontrollata e 50-60mila da alimentazione notturna, compulsione che fa scegliare di notte per mangiare.

Il rapporto tra femmine e maschi è sempre nove a uno.  Cifre spaventose anche nell’obesità, che in Italia riguarda più di 6-7 milioni di persone fra i 18 e 60 anni. Inoltre, tra i bambini da 0 a 11 anni, uno su cinque risulta obeso e uno su tre in sovrappeso. E’ la percentuale più alta in Europa!”. Anche se sono in cura al momento, solo 160-180 mila pazienti in Italia.

L’anoressia presenta addirittura rischi di morte, perchè le ragazze mettono in discussione la validità del vivere. “Le nostre ultime ricerche su migliaia di casi-spiega Campanelli – suggeriscono una netta distinzione tra anoressia restrittiva e anoressia a condotta eliminatoria. La prima consta di una fortissima restrizione alimentare, generata da una profonda distorsione dello schema corporeo, soprattutto nelle ragazze tra i 10 e 17 anni, che scivolano in un grave stato depressivo e poi nella schizofrenia: si percepiscono grasse e gonfie anche se mangiano solo un po’ di lattuga.

Dai 18 anni in su si ha un’anoressia prevalentemente a condotta eliminatoria, meno pericolosa: l’alimentazione è più evidente e le giovani tentano di mantenere un peso basso ricorrendo al vomito o all’uso di diuretici e lassativi”.

Nella bulimia le ragazze si abbuffano, anche tre o più  volte al giorno. “Non si tratta di una fame biologica – è il responso del direttore del Cidap – ma psichica. Mangiando al di là di ogni misura, le bulimiche cercano di riempire vuoti apparentemente gastrici, ma in realtà affettivi. Subito dopo c’è il vomito, che trasforma la bulimia in una sorta di tossicodipendenza.

Nel binge-eating disorder, invece, si ha un’alternansa di settimane di alimentazione compulsiva e settimane di restrizione alimentare, senza vomito, ma verso l’obesità leggera. Anche questa è una fame d’amore”.

Degli oltre tre milioni affetti da disturbi alimentari, il 50% rifiuta per cinque anni la malattia e dice di star bene.  Solo il 5% arriva in terapia, non per convinzione, ma per costrizione (ad esempio, collassi o debolezza diffusa). La maggioranza rifugge la terapia per l’assurda paura di ingrassare.

Il professor Campanelli  ha sviluppato la terapia intensiva integrata per attaccare tutti gli aspetti che hanno creato e mantenuto la patologia, cioè il vuoto d’amore, un abbandono affettivo vissuto in ambito familiare, sociale e sentimentale.  Con tale terapia si ottiene la risoluzione del problema in circa 45 giorni iniziali di day hospital. Però bisogna subito affermare che dopo tale periodo segue un protocollo terapeutico così strutturato:

Dopo 45 giorni di terapia intensiva ( 6 ore al giorno) la ragazza è arrivata verso una metodologia di GRADUALE SVEZZAMENTO terapeutico che prevede:

1)   1 settimana di terapia intensiva però condotta per 4 ore al giorno;

2)  2 settimane sucessive in cui la ragazza è coinvolta in un percorso che prevede  2     ore di terapia al giorno;

3)  1 settimana successiva inserita nella metodica della terapia intensiva ( 6 ore al giorno x 6 gg.)

4) successivamente inizia un percorso caratterizzato da 2 ore di terapia al dì che si prolunga per diversi mesi, adattato al llivello di recupero di uno stato di benessere.

Tutta l’operazione si svolge nell’arco di 6-8 mesi, così sopra descritto.

Ci sono situazioni in cui la ragazza decide di proseguire un percorso di una seduta ogni 3 giorni, scegliendo  lei stessa il / la terapeuta con cui ha costruito la migliore relazione.

LA RELAZIONE TERAPEUTICA:

Il terapeuta come ” base sicura”

Se il nucleo centrale nella genesi dell’anoressia è rappresentato da un problema di abbandono affettivo, il terapeuta deve offrire un’immagine emotiva-relazionale da “BASE SICURA”. Cioè il terapeuta deve garantire uno stato affettivo sganciato da ogni valutazione  dello stato di malessere o delle evoluzioni positive della paziente. La relazione, cioè un rapporto tra due individui, deve inevitabilmente fondersi su una forte connotazione d’amore. La paziente, in quanto essere umano, e per di più sofferente, è amata al di là del cibo che presenta nello svolgimento della terapia. La paziente ha il diritto di percepire il terapeuta come colui che è presente nel suo ruolo attivo , affidabile nei suoi impegni di appoggio morale, pragmatico, operativo verso la paziente. Ella deve sentirsi non giudicata, nè criticata o svalorizzata ogni qualvolta il parlare di sè può porre in luce contraddizioni, incoerenze, disabilità, etc.
Ella è amata in quanto essere umano, non per quello che produce e/o che sviluppa di positivo in terapia. Questo magari va incoraggiato, guidato e rafforzato dalle abilità professionali del terapeuta.

Se questi ha “l’attitudine ad amare”, quella che chiamerei una personale predisposizione a creare con la paziente allora saranno create solide premesse per un’ evoluzione positiva della terapia. Ma l’attitudine ad amare, non è un requisito od un’abilità che si apprende in un percorso di specializzazione in psicoterapia, o in fase di supervisione guidata. Essa nè si insegna, nè si impara! In effetti, nella mia lunga esperienza clinica, ho avvertito una iniziale diffidenza delle pazienti pronte a collaborare attivamente con il terapeuta solo quando egli crea un immagine positiva di sè nella relazione. Infatti, per l’anoressica appare impensabile che un individuo quasi sconosciuto come il terapeuta, sia capace di creare rapidamente un clima affettivo, caloroso, pieno di empatia positiva, quando i genitori della paziente  non sono riusciti a creare queste relazioni in un lungo arco di tempo ( e si chiamano genitori questi!) per cui dopo un periodo più o meno lungo di valutazione delle reali attitudini affettive del terapeuta, validato più e più volte, anche con atteggiamenti a volte provocatori o aggressivi, o negativistici, ebbene a quel punto la paziente abbandona ogni riserva mentale. La diffidenza si risolve, i dubbi e le perplessità svaniscono, creando proprio allora, le premesse di un’alleanza terapeutica.

Infatti, la ragazza progressivamente si affida al terapeuta in cui ha ritrovato finalmente “la sua base sicura”. Con lui è pronta a percorrere quei sentieri che la condurranno fuori dal tunnel dell’anoressia! Se non ci fosse stato un vero, genuino amore coinvolgente, la terapia sarebbe sicuramente fallita.