Il modello multifattoriale della bulimia e dell’anoressia

Quando un legame affettivo con i genitori si presenta disturbato, si genera nella paziente una percezione di abbandono. Tale esperienza affettiva frustrante e significativa, determinerebbe la strutturazione di costrutti cognitivi di valenza negativa per l’individuo, rappresentati in questo caso da una scarsa importanza di sé, autosvalutazione, bassa autostima, autoetichettamento negativo, poiché la paziente attribuirebbe alle proprie inadeguatezze il distacco affettivo dei genitori.

L’autosvalutazione, la bassa autostima e l’autoetichettamento negativo guidano la lettura della realtà personale che va sempre a confermare la percezione di inadeguatezza «interna», che inevitabilmente diventa, confrontandosi con il sociale, una percezione di inadeguatezza «esterna».

Tale percezione viene rinforzata dalla dipendenza psicologica che l’individuo nutre nei confronti del giudizio degli altri per la scarsa affermatività che tale soggetto esprime come stile comportamentale relazionale (attenzione maggiore agli altri, vivere per gli altri trascurando se stesso).

L’individuo che ha sperimentato una percezione di abbandono e ha fatto una proiezione di solitudine affettiva (che per il soggetto diventa certezza totale), vivrà una condizione depressiva molto presente, aggravata dalla percezione di inadeguatezza esterna. Il malessere profondo e le «crisi di panico» che ne derivano generano un comportamento anoressico con forte valenza autodistruttiva.

Il comportamento anoressico è anche la risultante di una percezione negativa della realtà e del mondo circostante che blocca ogni spinta naturale e di crescita favorendo, anzi, una regressione psicologico-comportamentale oltre che un isolamento sociale.

Le categorie cognitive del sé descritte precedentemente determinano nell’individuo sia anoressico che bulimico un’immagine corporea distorta fonte di profonda ansia, che viene sedata nel caso dell’anoressia con la negazione ostinata di uno stato di bisogno e l’affermazione della propria «autosufficienza» e nel caso della bulimia con dinamiche autoconsolatorie, quali l’assunzione compulsiva di cibo, cui segue il vomito autoindotto e/o l’uso di purghe e lassativi
per tamponare rapidamente la paura di un aumento considerevole di peso.

Il soggetto anoressico esercita un forte controllo sugli stimoli della fame che come abbiamo visto, a livello comportamentale si traduce in una energica restrizione alimentare, ottenendo un forte e rapido calo ponderale.
Contemporaneamente, riesce a vanificare la percezione di abbandono affettivo-familiare in quanto provoca, per via del suo aspetto fisico sempre più emaciato, maggiore attenzione e preoccupazione da parte della famiglia.

Si delineano così le dinamiche che costituiscono i fattori di mantenimento del comportamento anoressico.

Elementi discriminanti tra il comportamento bulimico e quello anoressico sembrano essere le frustrazioni, sia a livello personale sia a livello di rapporti con l’ambiente sociale, che il soggetto bulimico ritiene di subire.

La bulimica che non riesce a gestire situazioni frustranti per via della sua alta reattività emotiva perde facilmente il controllo razionale.
Di fronte all’insorgere di tali emozioni negative ansiogene, il cibo diventa un mezzo di riduzione a breve termine di tali emozioni, creando un meccanismo autoconsolatorio.

Come unica possibilità di sollievo la bulimica mette in atto, così, un comportamento alimentare compulsivo. Ella diviene, quindi, consapevole della facilità con cui perde il controllo sul cibo ed instaura un meccanismo di difesa che la induce ad una forte restrizione nutrizionale.

Quando il soggetto avverte la sensazione di fame biologica, riprende di nuovo il feedback negativo che si è instaurato (figure 1 e 2).

Figura 1

Figura 2